Shavasana: concedetevi di morire qualche volta

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Si parla in senso figurato, ovviamente. Come a volte capita nei modi di dire.

Una volta a un ristorante ho scambiato una sconosciuta per una mia cara amica (mi capitano spesso scene del genere), ma in quell’occasione l’equivoco fu particolarmente evidente e notato da tutti i presenti. Volevo morire.

L’altro giorno invece mi ha attaccato bottone un tale che mi raccontava cose prive di qualsiasi rilevanza o interesse per me. Sono stato lì mezz’ora. Volevo morire.

E a voi? Vi è mai capitato di voler morire? Sempre in senso figurato, s’intende.

Usiamo spesso l’espressione “voler morire” come sinonimo di sollievo da una situazione scomoda. Un sollievo un po’ estremo, certo, ma pur sempre tale. E se quel sollievo non dovesse essere necessariamente così estremo? Non dobbiamo davvero morire per trovare un po’ di pace.

Quando ho fatto la figuraccia, il sollievo che cercavo era quello del mio ego ferito. Un errore umanissimo, che però ha creato attrito con la mia percezione di me stesso e ha innescato un fastidioso chiacchiericcio mentale. Quando sono stato sequestrato dal tale per ascoltare tutto ciò che aveva da dire e anche di più, il sollievo che cercavo era quello dal senso del dovere e dal bisogno di compiacere. Se fossi stato coerente con me stesso, gli avrei detto che ciò che mi stava raccontando mi interessava meno dei risultati del campionato di curling (con tutto il rispetto per il curling).

Il rumore di fondo che scambiamo per realtà

Molte volte vorremmo figuratamente morire per mettere a tacere, finalmente, i vortici della mente. Negli Yoga Sutra di Patanjali, questi vortici vengono chiamati vritti, e tra essi figura il vikalpa: il pensiero immaginario, la costruzione mentale fatta di parole a cui non corrisponde alcuna realtà concreta.

Il vikalpa è il “cinema mentale”: è proprio quel meccanismo che ci tormenta anche in shavasana. È la figuraccia che proiettiamo all’infinito, il timore del giudizio altrui che non esiste nel momento presente, la costruzione di una catastrofe partendo da un semplice inciampo. In shavasana, il corpo è immobile, ma il vikalpa continua a girare il suo film.

Non è la realtà a farci soffrire: è la storia che ci raccontiamo sulla realtà. È un vero e proprio “bug del sistema” della nostra mente, che proietta scenari ipotetici come se fossero veri. Quando moriremo, insieme a tutto il resto, svaniranno anche quei disturbi.

La posizione del morto

B.K.S. Iyengar, uno dei maestri che più ha contribuito a diffondere lo yoga in Occidente, scriveva che shavasana è la posizione più facile da eseguire, ma la più difficile da padroneggiare. Me lo confermano spesso le persone che praticano con me: il corpo si distende senza fatica, ma la mente non ci sta. Continua a cercare qualcosa da fare, qualcosa a cui aggrapparsi, qualcuno da compiacere o una figuraccia da rimuginare. I vikalpa non mollano facilmente.

Eppure, una volta sdraiati, con una lenta, completa e profonda espirazione, possiamo “esalare l’ultimo respiro” e immaginare, per qualche istante, di morire. Lasciare che i sensi si ritirino in quello che Patanjali chiama pratyahara: il quinto dei rami dello yoga, il momento in cui la coscienza smette di inseguire il mondo esterno e torna a sé stessa.

“Morire” in shavasana

Non c’è molto da fare. Dobbiamo solo sdraiarci in shavasana. Chiudere gli occhi. Fare un respiro profondo e, mentre espiriamo lentamente, immaginare che sia davvero l’ultimo. Non in modo drammatico, ma con sollievo: finalmente.

Immaginare che dopo quell’espirazione non ci sia più niente da fare, nessuno da accontentare, nessun messaggio a cui rispondere, nessuna figuraccia da fare o non fare. Nessun campionato di curling di cui fingere interesse. Lasciare che i sensi non abbiano più nulla da inseguire, che i pensieri perdano il carburante che li alimenta e si spengano uno a uno, come candele alla fine di una serata.

Non è dormire, non è pensare, è semplicemente non essere più in partita. Anche solo per trenta secondi. Ma in quei trenta secondi possiamo assaporare qualcosa che di solito associamo solo alla fine di tutto.

Spoiler: non fa paura. C’è ancora respiro e c’è ancora un corpo e soprattutto sappiamo che c’è un prima, un durante e un dopo.

Assenza di frizioni

Quando moriremo davvero, speriamo più avanti negli anni possibile, non ci saranno più pensieri, affetti, vincoli, attaccamenti, persone da compiacere o figuracce da evitare. Quell’assenza di frizioni possiamo concedercela ogni volta che ci sdraiamo in shavasana, decidiamo di morire e lasciamo che i sensi non abbiano più niente da cercare, perché non c’è più alcuna partita da giocare. Rimane solo lo sguardo interno.

Concedetevi di morire ogni tanto, shavasana ci è stata donata proprio per questo.

Nota importante: Questo testo esplora il concetto filosofico e meditativo di Shavasana (la posizione del morto) come strumento per il rilassamento profondo e il distacco dallo stress quotidiano. Se stai attraversando un momento di profonda sofferenza o hai pensieri legati al suicidio, non affrontare questo peso da solo. Chiedi aiuto a un professionista o contatta i servizi di supporto:

  • Telefono Amico: 02 2327 2327 (o via web su www.telefonoamico.it)
  • Emergenze: 112 o 118
  • Samaritans Onlus: 06 77208977

Approfondimenti

Teoria e pratica dello yoga di B.K.S. Iyengar

L’essenza degli yoga sutra di B.K.S. Iyengar

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