Kriya Yoga: lo yoga dell’azione

L’altro giorno mi sono imbattuto nella performance del 2010 di Marina Abramovic, intitolata “The Artist is Present”. La performance consisteva nell’artista seduta immobile per 700 ore in un museo.

E ho pensato: ma quanto è scomodo stare seduti senza far niente?

Meglio in ginocchio sui ceci: almeno potremmo lamentarci e avremmo qualcosa da fare. Probabilmente, dopo un po’, il fastidio sarebbe tale che cercheremmo comunque di distrarci. Magari prendendo in mano il cellulare.

A volte anche stare per un minuto in una posizione yoga, un’asana, può essere una sfida. Se è troppo facile o meccanica, il cervello comincia a vagare. Se è troppo difficile, comincia a cercare una via di fuga. Oppure fa resistenza.

In entrambi i casi è difficile rimanere “in ascolto”. E forse è proprio questo il punto: se restiamo fermi abbastanza a lungo, prima o poi qualcosa emerge.

Un pensiero che stavamo evitando. Una sensazione che non volevamo sentire. Un’emozione. Un’inquietudine. Oppure, “semplicemente”, la consapevolezza che c’è qualcosa nella nostra vita che non ci sta più bene.

Stare nel presente, allora, non è necessariamente così piacevole come ci raccontiamo.

Perché nel presente non ci sono soltanto il respiro, il sole sulla pelle e quella piacevole sensazione di essere finalmente connessi con noi stessi.

Nel presente ci sono anche tutte quelle cose che abbiamo preferito e preferiremmo continuare a rimandare a domani.

E forse è proprio per questo che siamo così bravi a scappare.

Le asana sono il terzo scalino dell’Ashtanga Yoga di Patanjali. Prima di arrivare a sedersi in una posizione stabile e confortevole, secondo Patanjali, è necessario confrontarsi con gli yama e i niyama: dieci principi che riguardano il nostro modo di stare nel mondo e con noi stessi.

Non ci soffermeremo qui su tutti e dieci (potete leggerne di più qui o ascoltarne di più qui) ma su tre pratiche che Patanjali riunisce sotto il nome di Kriya Yoga:

Tapas, svadhyaya e Ishvara pranidhana.

Tre pratiche che, lette insieme, raccontano qualcosa che può sembrarci ovvio: per poter davvero stare nel presente dobbiamo prima avere il coraggio di guardarci dentro, ascoltare ciò che troviamo e, quando necessario, fare qualcosa a riguardo.

E spesso significa mettere piede in quella cantina in cui abbiamo accumulato di tutto per anni. E starci il tempo necessario.

Tapas

Per prima cosa, infatti, ci vuole il coraggio di restare.

Tapas viene generalmente tradotto con parole come disciplina, austerità, ardore. La radice della parola richiama il calore, il fuoco.

E il fuoco è una buona immagine. Perché cambiare, crescere, trasformarsi raramente è comodo.

Ci vuole energia per cominciare una pratica e ancora più energia per continuare quando la motivazione iniziale è finita e quando troviamo i primi ostacoli. Ci vuole disciplina per sederci sul tappetino quando preferiremmo fare qualsiasi altra cosa. E ci vuole una certa resistenza per rimanere dentro un’esperienza senza cercare immediatamente una via di fuga.

Il Buddha, parlando della pratica, utilizza un’immagine simile: quella di una persona che si comporterebbe con la stessa urgenza con cui cercherebbe di “spegnere un incendio sulla propria testa.”

Ecco: tapas può essere quell’incendio.

Non perché dobbiamo vivere ogni giorno come se fossimo inseguiti da un incendio, ma perché a volte abbiamo bisogno di un’urgenza sufficiente per smettere di rimandare.

Il problema è che possiamo rimandare quasi tutto.

Conversazioni, decisioni, cambiamenti. Possiamo persino rimandare noi stessi.

Tapas è quel piccolo fuoco che ci impedisce di continuare a farlo.

Svadhyaya

Poi, però, arriva una parte ancora più difficile.

Guardare.

Svadhyaya viene spesso tradotto come “studio di sé” o “auto-osservazione”. Nella tradizione comprende anche lo studio e la recitazione degli insegnamenti, ma possiamo applicarne il principio a qualcosa di molto concreto: imparare a osservare ciò che accade dentro di noi.

Senza scappare.

Significa, per esempio, non prendere automaticamente il cellulare ogni volta che ci “sembra” di provare noia.

Ma anche, per esempio, non uscire da una posizione appena arriva il fastidio.

Non interrompere una sensazione spiacevole con una distrazione o con una reazione impulsiva.

Svadhyaya ci insegna a fermarci un istante e osservare.

Cosa sto provando? Cosa evoca o rievoca in me questa situazione? Da cosa vorrei scappare?

Può accaderci durante una posizione di yoga particolarmente ostica. Oppure quando incontriamo nel corridoio quella persona che, senza aver fatto assolutamente nulla in quel momento, riesce a farci salire dentro un’infinità di rabbia, paura, desiderio o risentimento.

Il presente, di per sé, non deve necessariamente essere cambiato. Siamo noi a entrarci in relazione attraverso le nostre tendenze, i nostri desideri e le nostre avversioni.

Nello Yoga di Patanjali troviamo, tra gli altri, due concetti che descrivono bene questo meccanismo: raga, l’attaccamento a ciò che ci piace, e dvesha, l’avversione verso ciò che ci provoca dolore o disagio.

Voglio questo. Non voglio quello.

Questo mi piace. Questo mi fa schifo.

Questo mi dà piacere. Questo mi fa soffrire.

E così il nostro rapporto con il presente diventa una continua centrifuga di attrazione e repulsione.

Svadhyaya interrompe, almeno per qualche momento, questa centrifuga.

Ma questo non significa smettere di provare qualcosa.

Significa accorgersi di ciò che stiamo provando prima di reagire.

Sono arrabbiato. Ma posso interrogare la mia rabbia.

Se ho paura di qualcosa, posso osservare la mia paura.

Voglio scappare, posso chiedermi perché e da cosa.

E proprio in quello spazio, minuscolo ma fondamentale, tra ciò che accade e la nostra reazione, comincia a comparire qualcosa che prima non vedevamo.

Un’informazione. Che spesso è scomoda. Molto scomoda. Ma anche ineccepibilmente vera.

E allora magari scopriamo che non siamo semplicemente stanchi. Siamo stanchi di quel lavoro.

Non siamo semplicemente nervosi. C’è una conversazione che continuiamo a rimandare.

Non siamo semplicemente insoddisfatti. C’è qualcosa nella nostra vita che non vogliamo più.

Ed ecco che lo stare nel presente diventa improvvisamente molto meno romantico.

Il presente non ci ha dato la pace.

Ci ha dato un’informazione.

Ma poi cosa ne facciamo?

Se osservo tutto senza reagire, dove finisce la spontaneità? Sulla base di cosa dovrei agire nel mondo?

Ishvara pranidhana

Qui arriviamo al terzo elemento del Kriya Yoga.

Ishvara pranidhana.

Il termine viene tradotto in modi diversi: devozione, affidamento, abbandono a Ishvara.

E proprio la parola “abbandono” può trarre in inganno.

Non significa smettere di fare.

Non significa aspettare che l’universo risolva i nostri problemi.

E nemmeno significa convincersi che qualunque cosa accada sia necessariamente per il meglio.

Significa, piuttosto, riconoscere un limite.

Possiamo osservare e se siamo fortunati anche comprendere.

Possiamo scegliere e possiamo anche agire.

Ma non possiamo controllare completamente ciò che accadrà dopo.

Ed è qui che la pratica diventa davvero difficile.

Perché magari svadhyaya ci ha permesso di vedere qualcosa che avremmo preferito non vedere.

E ora dobbiamo decidere cosa farne.

Cambiare lavoro? Chiudere una relazione? Dire una cosa che avevamo paura di dire? Chiedere aiuto? Possiamo anche scoprire che non è ancora il momento di fare nulla.

Ma dobbiamo almeno smettere di raccontarci che non abbiamo visto.

Questo, forse, è uno dei significati più profondi dello “stare nel presente”.

Il presente non è un luogo nel quale dobbiamo necessariamente sentirci bene.

È però il luogo della verità, nel quale possiamo finalmente accorgerci di come stiamo.

E se questa consapevolezza non ci garantisce una soluzione, ci toglie però una delle nostre più grandi possibilità di fuga: quella di poter continuare a dire a noi stessi che non sapevamo.

Ishvara pranidhana può essere allora il passo successivo.

Dopo aver avuto il coraggio di restare, dopo aver osservato ciò che emerge, possiamo prendere atto del fatto che non saremo mai in grado di conoscere tutte le conseguenze delle nostre scelte.

Non possiamo controllare il futuro. Ci è concesso solo di essere presenti a ciò che accade adesso.

Possiamo raccogliere le informazioni che il presente ci offre. E poi possiamo agire.

Non perché sappiamo esattamente dove ci porterà quella scelta.

Ma perché abbiamo smesso di fingere di non sapere da dove partiamo.

Patanjali, nel secondo capitolo degli Yoga Sutra, riunisce tapas, svadhyaya e Ishvara pranidhana sotto il nome di Kriya Yoga. Ovvero lo yoga dell’azione.

Forse possiamo leggerli anche come tre movimenti della stessa pratica:

E allora forse stare seduto senza fare niente diventa finalmente possibile.

Non perché il presente sia diventato comodo, ma perché ho smesso di chiedergli di essere diverso da quello che è. Attraverso tapas, svadhyaya e ishvara pranidhana ho accettato di vedere le cose come sono, anziché rifiutarle o manipolarle.

Riguardo l’Abramovic non so se dal 2010 ha fatto altre performance. Per quanto ne so, dopo oltre 700 ore seduta a non far niente, potrebbe anche aver raggiunto il Samadhi.

O la buddhità.

O potrebbe anche essere ancora lì a sgranchiarsi le gambe.

Approfondimenti
Core of the Yoga Sutras di B.K.S Iyengar

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