
L’accensione del primo neurone
Mi sono ingozzato di noccioline durante il mio turno al bar del circolino. Dopo qualche minuto mi rendo conto di avere una gran sete. Guardo il bicchiere davanti a me. Lo afferro e lo porto alla bocca. Che sollievo!
Facile come bere un bicchiere d’acqua, giusto?
Sbagliato. Tutto l’opposto.
Ciò che si cela dietro a questo semplice gesto, il filosofo David Chalmers lo ha definito “The Hard Problem” (Il Problema Difficile) della coscienza.
Ciò che scienziati e filosofi non riescono a spiegare è come il pensiero (voglio prendere il bicchiere) che è per natura immateriale, possa dar vita a qualcosa di materiale, come l’impulso elettrico che aziona il braccio.
Come fa, insomma, qualcosa di astratto come la coscienza a dar vita a qualcosa di concreto?
Una rete di attività elettrica e chimica
La risposta più gettonata tra gli scienziati, ma piuttosto dibattuta, è che in verità il pensiero e la coscienza non esistano. Quando noi crediamo di pensare, in realtà stiamo solo prendendo nota di impulsi elettrici già avvenuti nel cervello. Non esistono quindi una vera e propria coscienza e una vera volontà. Si tratta di pura meccanica.
L’organo cervello decide di farmi pensare che ho sete e anche di farmi prendere il bicchiere. La coscienza è solo un’illusione.
Oltre l’arido determinismo
Questa teoria, proposta negli anni ’80 da Benjamin Libett, lascia però irrisolta la domanda di fondo: se siamo solo meccanica, chi è che osserva tutto questo? Chi è che sente la sete, chi è che percepisce il sollievo, chi è che vive l’esperienza?
Millenni fa i rishi indiani si erano già interrogati sulla questione e l’avevano indagata con metodo scientifico.
Lo yoga in fondo, altro non è, che un addestramento metodico della coscienza.
La loro risposta?
C’è qualcosa di concreto, ma intangibile che connette mente e cervello: il prana.
Dove c’è un corpo, c’è energia (E=mc2)
Secondo la scienza vedica, quando chitta (la coscienza) decide di prendere un bicchiere d’acqua, utilizza l’energia (il prana) per mettersi in contatto con il cervello (il corpo materiale).
L’energia infatti è intrinseca in tutto ciò che è materia, ma anche in ciò che è pensiero.
La mente insomma non agisce direttamente sul nervo. Agisce sull’energia, sul Prana. L’intenzione cosciente modella il flusso di Prana che attraversando migliaia di canali energetici (chiamati nadi) ed entrano in contatto con il sistema nervoso fisico.
Secondo lo yoga, il Prana si manifesta nel nostro corpo in cinque principali flussi, i Vayu (venti), ognuno responsabile di una funzione specifica, dalla digestione alla circolazione sanguigna, fino al pensiero stesso.
Impregnarsi di prana
Per lo yoga la nostra coscienza si manifesta attraverso cinque guaine concentriche. Le più esterne sono quella del corpo fisico (annamayakosha) quella del corpo pranico (pranamayakosha) e quella della mente (manomayakosha).
Il modo più classico per lavorare sul controllo e le spansione del prana è attraverso tecniche di respirazione, chiamate pranayama.
Tuttavia anche le asana lavorano intensamente a livello energetico.
Quando sul tappetino pratichiamo con consapevolezza e contemplazione, la mente che esplora il corpo, si impregna di prana e lo veicola in giro per il corpo. Per questo una pratica di yoga non dovrebbe mai lasciarci stanchi. Doloranti forse, ma non stanchi.
Senza la consapevolezza del Prana, ha ragione Libet: siamo in balia della meccanica cerebrale, dei desideri impulsivi e degli automatismi del sistema nervoso. Ma quando iniziamo a percepire il corpo energetico, il gioco cambia. Non siamo più spettatori passivi di un cervello che decide per noi, ma diventiamo direttori del flusso.
Quando pratichiamo le asana o pranayama, non stiamo solo facendo ginnastica o respirando profondamente. Stiamo
Ripulendo le Nadi (i canali), affinché l’intenzione della mente non trovi ostacoli.
Espandendo il Pranamayakosha, affinché la nostra “batteria” vitale sia carica e pronta.
Allenando la Volontà, affinché quel “primo neurone” si accenda non per un riflesso condizionato, ma per un atto d’amore e di scelta consapevole verso noi stessi.
La cosa più interessante? Anche bere un bicchiere d’acqua può diventare un’asana ed espandere il nostro prana, se lo prendiamo con consapevolezza.
Io comunque, mi sono ripromesso di mangiare meno noccioline.
Approfondimenti:
Il mistero della coscienza di J. R. Searl
Light on Pranayama di B.K.S. Iyengar
Hata Yoga Pradipika di Svatmarama




