
Una vita senza tregua
Il nostro cervello consuma circa il 20-25% delle calorie del nostro corpo, nonostante costituisca solo il 2% del suo peso totale. A differenza dei muscoli, che dopo uno sforzo si rilassano, lui non si ferma mai. Anche durante la notte, mentre dormiamo e il metabolismo rallenta, il cervello continua e anzi intensifica il suo incessante lavoro di archiviazione e pulizia.
Volete dargli un po’ di tregua?
Provate a smettere di pensare per dieci secondi.
Ci siete riusciti?
I casi sono due: o avete risposto “no”, oppure avete mentito.
Le Vritti: le onde della mente
Patanjali, negli Yoga Sutra, definisce lo yoga così:
Yogas citta vritti nirodhah (Y.S. 1.2) (Lo yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente)
Ma cosa sono queste fluttuazioni? Sono le onde che la mente produce continuamente (quelle che bruciano gran parte delle nostre energie). Patanjali ne elenca cinque:
Pramana – conoscenza corretta, ciò che percepisci in modo chiaro.
Viparyaya – percezione errata, convinzione sbagliata.
Vikalpa – immaginazione, narrativa mentale, ipotesi.
Nidra – il sonno (che per lo yoga è comunque un movimento della mente).
Smriti – memoria, tracce del passato che riaffiorano.
Queste fluttuazioni non sono “cattive” (klistha) di per sé. Il problema nasce quando ci dominano. Quando diventano troppo forti ci trascinano via e ci impediscono di vedere la realtà ultima delle cose.
Germogli di onde
È davvero possibile sopprimere queste vritti per dare pace al cervello? No. Possono però essere acquietate, ma non “combattendole” direttamente.
Nel nostro subconscio (chitta) si accumulano, nel tempo, una quantità enorme di semi (samskara): abitudini, reazioni, memorie emotive. Appena trovano terreno fertile, germogliano sotto forma di una vritti: un’onda che increspa la mente.
Finché questi semi troveranno terreno fertile nella nostra reattività, per le nostre menti affannate non ci sarà tregua.
Bruciare i semi e riempire i solchi
Quante volte, mentre siamo sul tappetino, la nostra voce interiore dice: “Mi fanno male i muscoli”, “Quanto manca alla fine?”, “Oggi sono più bravo di ieri”?
Questi pensieri automatici sono il frutto di vecchie abitudini mentali (le neuroscienze li chiamano circuiti hebbiani): sono come solchi profondi dove l’acqua scorre sempre nello stesso modo.
Il segreto è nello “spazio” tra lo stimolo e la risposta.
Se osserviamo queste fluttuazioni senza dare loro energia, cioè senza trasformarle in azioni o giudizi (karma), togliamo nutrimento ai semi. È così che il vecchio solco, non più utilizzato, piano piano si riempie di detriti e si chiude.
I semi, privi di acqua, si seccano e smettono finalmente di germogliare.
L’universo su un tappetino
Torniamo al nostro tappetino. Siamo lì, ad affliggerci perchè in adhomuka svanasana abbiamo le spalle affaticate. Il nostro cervello turbina, la sua superficie è piena di onde.
Facciamo un respiro e osserviamo la nostra mente. Senza identificarci con lei, ma guardandola come uno strumento che al momento si sta concentrando sugli input sbagliati. Concentriamoci su di essa, anzichè sulla fatica fisica.
Le nostre spalle continueranno a durare fatica, ma non monopolizzeranno la nostra mente. Il nostro cervello turbinerà più lentamente e consumerà meno glucosio. Sopratutto, pratica dopo pratica, osservazione dopo osservazione, la nostra attitudine mentale cambierà. E lo sforzo diventerà senza sforzo.
Approfondimenti:
Commento agli yoga sutra di Patanjali di B.K.S. Iyengar
Il Cuore dello Yoga di T.k.V. Desikachar




