I kosha, ovvero… perchè pratichiamo yoga?

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illustrazione dei kosha bhramara yoga a Firenze

Perchè pratichiamo yoga?

“Ma per raggiungere lo stato di moksha, ovviamente!” si potrebbe rispondere. “Lo stato di liberazione! Per cos’altro, sennò?”
Eppure, se ogni mattina ci mettessimo sul tappetino con questa ambizione, probabilmente lo rivenderemmo su Vinted dopo un paio di mesi.

Certo, lo yoga può condurci alla liberazione e traccia la via con rigore scientifico, ma prima di tutto ci guida progressivamente, attraverso stadi di consapevolezza sempre più profondi.
Come si dice in questi casi — e come scrisse T. S. Eliot — “è il viaggio, non la meta, ciò che conta”.

Quindi, come fa lo yoga a condurci alla liberazione?
Quando Patanjali compose gli Yoga Sutra tra il II e il IV secolo d.C., descrisse un percorso di purificazione in otto stadi, destinato a condurre il sadhaka — il praticante — alla realizzazione del Sé (Purusha).

L’idea di fondo è che il vero Sé sia celato dietro cinque guaine, chiamate kosha, che il praticante deve trascendere. Esse sono le dimensioni in cui un essere umano agisce e interagisce nella vita quotidiana.

Di queste la più esterna e accessibile di queste guaine è il corpo fisico, Annamaya Kosha.

In questo livello, quello della materia, interagiamo con il mondo tramite i sensi.

A questo livello si utilizzano le āsana (posture yoga) come strumenti di purificazione, per prepararsi e rafforzarsi in vista delle pratiche più sottili.


Quando la pratica delle āsana è consolidata, il sadhaka può iniziare a lavorare su Prānamaya Kosha, il corpo energetico.

Il prana è sia l’energia che governa le attività  del corpo e della mente, sia l’energia che regola il cosmo.

Qui si pratica il prāṇāyāma (controllo del respiro), che regola il flusso del prāṇa — l’energia vitale.


La stabilità e la vitalità ottenute a questo stadio permettono di accedere a un lavoro più sottile, sul Manomaya Kośa, il corpo mentale.

Qui entrano in gioco il quinto e il sesto aṅga dell’Aṣṭāṅga Yogapratyāhāra (ritiro dei sensi) e dhāraṇā (concentrazione). Queste pratiche calmano e purificano la mente, aiutando il praticante a diventare più consapevole dei propri pensieri ed emozioni, riducendo le distrazioni.


Con la mente ormai stabile, si è pronti a meditare. Si entra così nel livello del Vijñānamaya Kośa, il corpo intellettuale.


La meditazione (dhyāna) affina la consapevolezza e la comprensione, risevegliando l’intelletto e la saggezza. A questo punto il praticante è in grado di discernere la realtà dall’illusione.


Infine, si giunge al Ānandamaya Kośa, il corpo della beatitudine.

Qui il praticante sperimenta lo stato di samādhi (assorbimento), in cui tutti i kośa vengono trascesi e si realizza la natura autentica del Sé, sperimentando la beatitudine pura.


Sebbene nella pratica quotidiana sul tappetino ci si limiti spesso a “stiracchiarsi un po”o a migliorare la propriocezione, è importante ricordare che ogni asana fa parte di un percorso molto più ampio.


Forse in questa vita non andremo oltre Annamaya Kośa o Prāṇamaya Kośa, ma sapere in quale direzione stiamo andando — e perché — è ciò che distingue lo yoga dalla semplice ginnastica. E i frutti di questa consapevolezza possono essere sorprendentemente squisiti.

Approfondimenti:
Yoga Sutra di Patanjali a cura di F. Squarcini
Yoga and the Path of The Urban Mystic di Darren Main

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